Intervista a Arianna Minoretti

Oggi conosceremo Arianna Minoretti, ingegnere civile e responsabile di importanti progetti in questo campo qui in Norvegia.

Ciao Arianna. Su di te é stato scritto già tanto sul web e sei anche una professionista molto attiva: conferenze, Tedtalk. Potresti riassumere per noi il tuo percorso? Come sei arrivata dalla facoltà di Ingegneria agli incarichi di responsabilità che ricopri oggi?

Dopo la laurea, nell’ormai lontano 2004, ho lavorato con il Prof. Franco Mola del Politecnico di Milano ed ho iniziato a collaborare con uno studio di ingegneria di Madrid, una delle collaborazioni che ho mantenuto anche quando, un paio di anni dopo, ho iniziato la libera professione. Sono rimasta in Italia fino al mio trasferimento in Norvegia, avvenuto a gennaio del 2014. A fine 2013 avevo infatti notato sul sito del NAV l’avviso per la posizione per la quale sono poi stata scelta: l’Amministrazione Pubblica norvegese cercava un ingegnere con esperienza nella progettazione di strutture in calcestruzzo armato. Esperienza che io avevo e che nella selezione, ha contato più della lingua, infatti, ai tempi, non parlavo norvegese, ma solo l’inglese. Ora lavoro ancora nello stesso posto, Statens vegvesen, e mi occupo della progettazione di ponti, di progetti di ricerca e di redazione di norme nazionali e internazionali. Ho cominciato nel dipartimento statale (Vegdirektoratet) e dopo la riforma sono passata al dipartimento chiamato Autorità (Myndighet).

È stato il tuo lavoro a portarti in Norvegia o altre motivazioni?

Mio marito é ingegnere e architetto e, dopo aver concluso un dottorato con il Politecnico di Milano presso l’università di Sydney, ha accettato una posizione per l’università NTNU di Trondheim nell’estate del 2013. Così a ottobre del 2013 mi sono decisa a cercare un lavoro qui.

Quali sono i progetti più importanti che hai diretto qui in Norvegia e quale ha avuto un particolare significato per te?

Il mio lavoro nella pubblica amministrazione é molto vario, dalla progettazione di strutture da ponte – ad esempio ho fatto parte del gruppo di progettisti del ponte ‘Tana bru’, ora in costruzione a nord della Norvegia- ai vari progetti di ricerca con le università e i centri di ricerca, ad esempio in tema di calcestruzzo, materiali innovativi, carichi speciali come le esplosioni, che testiamo in collaborazione con il ministero della difesa, alla scrittura di normative nazionali ed internazionali… Tuttavia, sicuramente il lavoro che più mi ha coinvolto in questi anni sono stati gli studi sul ponte di Archimede (rørbru), all’interno del progetto della strada europea E39, dei quali sono responsabile per la pubblica amministrazione, che mi hanno dato l’opportunità di collaborare con esperti di vari settori per studi specifici, di viaggiare per il mondo per gruppi internazionali di ricerca in questo settore e di accrescere incredibilmente il mio bagaglio professionale ed anche umano.

Se dovessi spiegare in parole semplici cosa sono i ponti di Archimede…

Si tratta di ponti tubolari sommersi galleggianti. Una struttura che viene proposta in alternativa ai tradizionali ponti, che permette di realizzare un attraversamento nascosto e in vari luoghi geografici sarebbe l’ideale perché presenta diversi vantaggi: dalla minimizzazione sulla visuale paesaggistica, alla limitazione del rumore, alla possibilità di limitare le azioni ambientali sulla struttura grazie all’immersione della stessa.

E’ un’idea che è stata brevettata per la prima volta a fine ottocento, ma che non è mai stata realizzata per via della mancanza di un adeguato sviluppo tecnologico, soprattutto per quanto riguarda le operazioni marine e i collegamenti con il fondale. Negli ultimi anni sono state realizzate strutture ibride, a dimostrazione del fatto che ormai la tecnologia necessaria è disponibile sul mercato. Gli studi effettuati dall’Amministrazione pubblica norvegese hanno permesso di fare un passo in avanti nella conoscenza di questa struttura, sia per l’estesa ricerca effettuata in questi anni, sia per lo sforzo nel pubblicare a livello scientifico i risultati dei nostri studi. In questo modo, molti paesi hanno potuto beneficiare dei risultati ottenuti ed hanno cominciato (o ricominciato) a pensare al Ponte di Archimede per alcuni attraversamenti specifici. Naturalmente l’Amministrazione norvegese viene invitata a presenziare a presentazioni su progetti per il ponte di Archimede in tutto il mondo, essendo riconosciuto il livello di esperienza con questa struttura che ormai la Norvegia ha dimostrato in tutti questi anni. Quest’anno sono inoltre state consegnate le prime linee guida internazionali sul Ponte di Archimede, che speriamo vengano pubblicate dal Fib (federazione internazionale sul calcestruzzo strutturale) il prossimo anno, e che abbiamo redatto con un gruppo internazionale di esperti.

Crede che in Italia avrebbe potuto fare delle esperienze professionali simili?

Esperienze come quelle legate ai progetti sui ponti di Archimede, ma forse anche altre, le avrei potute fare solo qui in Norvegia perché è solamente la Norvegia che ha dimostrato in questi anni la reale volontà’ e possibilità di investire in progetti di questo tipo. Certamente la Norvegia e’ anche un paese che investe su giovani professionisti e sulla parità di genere.. e purtroppo non si può dire lo stesso di altri paesi europei.

Su quest’ultimo punto torniamo dopo. Ora vorrei chiederle se crede che in Italia si faccia abbastanza per valorizzare le competenze e investire su progetti importanti come quelli da lei seguiti qua?

Il settore infrastrutturale italiano e norvegese sono profondamente diversi: la Norvegia investe ora in infrastrutture delle quali la nazione ha un estrema necessità. E, lodevolmente, lo fa pianificando gli interventi e le manutenzioni e controllando i costi. Si può dire che la Norvegia ha la disponibilità finanziaria per questi investimenti, ma va riconosciuto anche che la gestione della ‘cosa pubblica’ in Norvegia è sempre accorta e responsabile. L’Italia, da parte sua, si trova a gestire un enorme patrimonio infrastrutturale che inizia ad essere abbastanza datato da creare problematiche importanti, quando la manutenzione non viene fatta in modo sistematico. E va riconosciuto che le risorse in Italia sono sicuramente scarse se paragonate al patrimonio del quale dovrebbero occuparsi, ma va anche detto che la gestione delle risorse disponibili e le modalità organizzative degli organismi di controllo necessitano di profondi cambiamenti.

Prima ci accennava che ad appena quarant’anni è diventata ingegnere capo. In altre interviste ha parlato di carriera e parità di genere: quali differenze ha potuto sperimentare tra la Norvegia e l’Italia?

Norvegia e Italia sono separate da un abisso in termini di parità di genere. Finché l’Italia non si deciderà a equiparare maternità e paternità, rendendo obbligatori per i papà i mesi di permesso paternità, e non pochi giorni, le cose non potranno cambiare sostanzialmente. Perché con una paternità seria, assumere un uomo o una donna sarebbe la stessa cosa, per una azienda. Il resto andrebbe tutto da sé. L’esistenza di un congedo per i padri cambia l’attitudine delle aziende. E la flessibilità, basata sui risultati e non sulle ore di lavoro da passare in ufficio rende tutto più semplice e le famiglie più felici. In Italia una donna che ha un figlio è di fatto una donna che, se non ha il sostegno della famiglia, rischia di mancare dal lavoro per tre anni e questo le aziende lo tengono in contro, a sfavore dell’assunzione delle donne. Tutta l’organizzazione italiana rispetto alla nascita di un figlio è innaturale, se si pensa che si dovrebbe allattare per sei mesi e il congedo si ferma a quattro. Mi piacerebbe anche dire ai padri italiani che loro dovrebbero essere i primi a lottare per il loro diritto di rimanere a casa con i loro figli, perché alla fine sono i padri che rinunciano alla parte più importante.
Insomma: su questo argomento l’Italia ha tanto da imparare.

Se dovesse dare un consiglio a chi valuta l’opzione di un trasferimento in Norvegia, quale è il primo suggerimento che le viene in mente?

Molte persone pensano che andando all’estero sia più semplice, ad esempio trovare lavoro, ma non si rendono conto che all’estero si ha a che fare con una concorrenza internazionale e quindi non sempre e’ semplice concretizzare delle opportunità. Il mio consiglio e’ di non scoraggiarsi, di continuare a provare a mettersi in gioco. A volte non e’ semplice, ma i risultati possono essere davvero appaganti.
Un consiglio specifico per la Norvegia e’ di interessarsi alla cultura e alle tradizioni, senza dimenticare le proprie: questa nazione ha davvero tanto da insegnare, a partire dal “dugnad”, i lavori fatti insieme dai privati cittadini per le “cose” comuni: uno spunto per crescere i nostri figli con un’idea ed un rispetto diverso della “cosa pubblica”. Sicuramente qualsiasi società ne trarrebbe beneficio.